
Leyla Cappelli

Sono nata con il bisogno di toccare le cose per comprenderle. La materia mi parla prima ancora che io sappia cosa voglio dire. Il legno, soprattutto — vivo, poroso, capace di trattenere la memoria del tempo — è diventato il mio interlocutore più fedele. Ogni venatura è una traccia, un respiro, una direzione possibile.

Forse è qualcosa che si trasmette come il sangue: un richiamo silenzioso che attraversa le generazioni, la stessa urgenza di dare forma all’invisibile. Nella mia famiglia l’arte è sempre stata una lingua sotterranea, una voce che risuona ancora nei colori e nella luce di Evaristo Cappelli, presenza lontana ma viva.
Nel mio lavoro cerco il punto in cui la natura e l’essere umano si riconoscono, dove l’istinto e la coscienza si sfiorano.
Mi muovo tra luce e ombra, tra la superficie e ciò che la attraversa. Ogni scultura, ogni parola, è un tentativo di dare forma a quel movimento invisibile che tiene insieme la vita e la sua trasformazione.
Il bosco, l’acqua scura, gli animali sono le mie guide: presenze che incarnano archetipi, che parlano di noi con un linguaggio antico.
Attraverso l’arte cerco di restituire quella voce, di raccontare la parte viva, indomita, che ci abita e continua a mutare — come il legno che, anche una volta tagliato, non smette mai di respirare.