Da quando ho un cane – un beagle innamorato della vita attraverso il naso – ho scoperto che l’ispirazione non arriva mai da un atto di volontà. Ti sorprende mentre fai tutt’altro: come quando lui si ferma per la centesima volta ad annusare un cespuglio anonimo, e tu, nell’attesa, ti accorgi che il mondo sta cambiando sotto i tuoi occhi.

Ogni giornata si è trasformata in una lunga esplorazione: boschi che profumano di sottobosco umido, campi incolti attraversati nella notte da caprioli e volpi, un fiume che sembra respirare insieme a noi. A forza di camminare, ormai riconosco le impronte: quelle sottili di una lepre, quelle più nette di un cinghiale. Sono diventata parte del paesaggio, come se lo condividessimo.

E mentre Giotto, il beagle, registra il mondo con l’olfatto, io lo faccio con gli occhi e con i piedi.
Soprattutto con quei vecchi stivali rossi pagati meno di dieci euro. Ho avuto decine di scarpe, troppe; molte ancora nelle scatole, alcune mai indossate. Eppure sono questi stivali economici ad avermi portato più lontano: nel fango, tra rovi e pietre, dentro l’acqua gelida di un ruscello. Sono loro ad avermi restituito il senso di libertà che avevo da bambina, quando mettere i piedi nelle pozze era un gesto semplice e assoluto.

Anche l’airone che vive laggiù ormai mi guarda come se fossi fauna locale. Ogni giorno percorro lo stesso sentiero ma mai nello stesso modo: un ramo caduto dopo il vento, una felce che cresce su un tronco, un cinguettio nuovo. Sono questi micro-eventi a rinnovare il mondo.

In questi momenti penso spesso alle parole di Carver che dice di avere «un debole per questa acqua veloce e fredda». È un’immagine che mi accompagna camminando lungo il fiume: questa acqua rapida, viva, che sembra sapere esattamente dove vuole andare, e allo stesso tempo accogliere ogni ostacolo nel suo movimento.

Ma quello che sto imparando, giorno dopo giorno, è che creare significa tornare nello stesso posto anche quando non se ne ha voglia. Ritrovare il sentiero uguale e diverso. Accorgersi delle differenze minime: la traccia più fresca, una foglia piegata in un modo nuovo, il colore dell’acqua dopo la pioggia. Fare esercizio di osservazione, come un artigiano che lima un dettaglio finché non diventa essenziale.
E poi ruminare un pensiero: lasciarlo girare, sedimentare, diventare forma senza forzarlo. Come l’acqua che lavora una pietra, un po’ ogni giorno.

Ho imparato che i ruscelli sono segreti che si svelano solo a chi ha la pazienza di tornarci. Che i torrenti insegnano il coraggio dell’eccesso e della sincerità. Che le sorgenti ricordano quanto spesso le cose più grandi nascano da una timidezza iniziale. E che i fiumi, con il loro muoversi costante, sono la prova che si può cambiare restando fedeli a ciò che si è.

Forse è questo che mi tiene qui, su questi sentieri, con il beagle che tira il guinzaglio verso il prossimo odore e i miei stivali rossi che affondano nel fango: la certezza che l’ispirazione non nasca da un’improvvisa rivelazione, ma da un ritorno continuo.

Un passo nell'erba, uno nella mia testa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *