Nella casa della mia infanzia c’era un pavimento di graniglia, a scacchi bianchi e neri.
Ci camminavo sopra inventando storie, come se ogni casella fosse una porta segreta, un varco verso un mondo invisibile. Quel disegno geometrico è diventato nel tempo un simbolo costante della mia arte, una presenza che ritorna nei miei quadri come un battito familiare.
Ozpetek dice che non lasciamo mai davvero le case dove siamo cresciuti, e io credo che sia vero. Le case dell’infanzia restano dentro di noi come stanze interiori, sempre aperte, abitate dai ricordi e dalle immagini che ci hanno formati.
In una di quelle stanze c’era mia nonna. Mi leggeva fiabe da libri un po’ sgualciti, con illustrazioni che sembravano dipinte da un preraffaellita. Quelle figure eleganti e malinconiche hanno costruito il mio sguardo sul mondo. Erano finestre su un altrove luminoso e misterioso, e forse è da lì che è nata la mia necessità di creare: per dare forma a ciò che esiste solo nel silenzio dell’anima.
Quando arrivai nella mia nuova casa, quella dove vivo ora, non c’era nulla che parlasse di me. Le pareti bianche erano come un foglio ancora intatto, e chi crea sa quanto possa essere spaventoso il vuoto di ciò che non è ancora stato detto. Nessuno sguardo mi accompagnava, nessuna storia mi circondava.
Poi, un giorno, in un negozio, vidi delle ali.
Erano di resina, copie di molte altre, ma avevano un potere evocativo irresistibile. Non potevo permettermele: non avevamo ancora un divano, né un tavolo dove accogliere gli amici. Ma proprio da quel desiderio impossibile nacque un’idea.
Iniziai a pensare a come crearle io stessa. Presi in mano il legno per la prima volta, guidata solo dall’istinto, dal bisogno di imparare una lingua nuova fatta di materia, odore e resistenza. Senza maestri, senza modelli, solo con la fiducia che ciò che nasce dal cuore trova sempre la propria forma.
Conservo ancora i primi attrezzi, come ricordo di un inizio. Sono il simbolo di una rinascita: il momento in cui ho capito che le radici non si perdono mai davvero, ma si spostano dentro di noi, in cerca di nuova terra.
Le ali mi hanno portato fin qui.
Hanno liberato quella parte di me che urgeva d’essere ascoltata, dagli altri ma soprattutto da me stessa. Hanno unito passato e presente, infanzia e creazione, ricordo e desiderio.
Oggi nasce il mio blog. Un luogo dove le mie opere, i miei ricordi e le mie parole possono respirare di nuovo.
Qui l’arte dialoga con la memoria e ogni segno conserva l’eco di quel pavimento a scacchi, di quelle stanze interiori, di quelle ali che continuano a crescere.
